Sean Ardoin

2022 | Interview

Sean Ardoin sull’importanza di coltivare l’eredità culturale

Sean, lei discende da una famiglia di artisti che hanno scritto la storia della musica. Qui ad Ascona si esibisce sul palco con suo figlio, Sean Jr. È un ricevere e un dare. Perché è così importante, secondo lei, prendersi cura del proprio patrimonio culturale?

È estremamente importante portare avanti un’eredità culturale, perché è questo che la storia ricorda. Il mio patrimonio culturale è la musica. Se non lo si mantiene, coltiva e promuove, se non lo si porta avanti, si rende un cattivo servizio alle generazioni future. Perché quelli che ci hanno preceduto lo hanno fatto. Quindi per me è molto importante che la musica creola sia sempre presente nel panorama internazionale. Qualsiasi cosa possa fare per assicurare che sia così, la faccio.

 

Lei sta facendo conoscere al pubblico svizzero il «kreole rock and soul», un genere musicale da lei stesso creato che piace moltissimo. Come descriverebbe la sua filosofia musicale?

Io vengo dalla musica creola e, partendo da lì, dalla musica zydeco. Ma lo zydeco sta diventando una categoria generica, come il blues, suonata anche da persone che non hanno radici nella cultura creola. Così, per mantenere una sorta di direzione, di influenza, ho creato un nuovo genere, chiamato appunto «kreole rock and soul», in modo da poter esprimere appieno la mia creatività, senza limitazioni o imposizioni. Allo stesso tempo, sto promuovendo e spingendo la cultura creola, di cui lo zydeco fa parte. Noi creoli della Louisiana amiamo questa musica. La mia è un po’ diversa, ma se volete l’autenticità, andate nel sud-ovest della Louisiana.

Sean Ardoin

©JazzAscona – Photo credit Gioele Pozzi

Che cosa è lo zydeco?

Mio padre suona musica francese, mio nonno suonava musica francese. La chiamavamo musica francese o lala. Mio nonno non suonava zydeco. Ma a partire dalla metà degli anni Novanta, nel sud-ovest della Louisiana se vedi un uomo di colore con una fisarmonica è zydeco. Il nome è stato coniato da un giornalista del nord degli Stati Uniti per assonanza con le parole di una canzone di Clifton Chenier, Les Haricots Sont Pas Salés (non c’è sale sui fagioli). Quello che facciamo nel sud-ovest della Louisiana in realtà non lo esportiamo, sono io l’unico che lo fa. Tutto succede in una piccola bolla. Lo zydeco rimane lì perché i musicisti fanno i soldi, hanno successo, suonano 2-3 volte a settimana. È tutta una cultura. Ma io amo stare lontano da casa e portare la mia musica nel mondo è sempre stato il mio obiettivo. Lo faccio da più di trent’anni e continuerò a farlo.

Quali sono le lezioni più importanti che ha imparato nel corso della sua carriera?

Una cosa che ho imparato è: lascia che il tuo sì sia sì e il tuo no sia no. O ce la fai o non ce la fai. Questa è la prima cosa. La seconda è che non si ottiene ciò che si merita, ma solo ciò che si negozia. E ho imparato che quando il pubblico viene al tuo spettacolo, non gli importa che tipo di giornata hai avuto. Perciò, quando lo spettacolo inizia, ci devi dare dentro. Il mio lavoro è creare un’atmosfera che permetta alle persone di scegliere di essere felici. E i sorrisi sui loro volti mi fanno capire se lo sto facendo bene o no.

 

Ha qualche nuovo progetto all’orizzonte?

Ne ho due. Il primo è un album con la mia musica suonata dalla banda musicale della Louisiana State University in collaborazione con la mia band, i Kreole Rock and Soul. Una prima assoluta. Uscirà in agosto con il titolo Full Circle. Dato che ho studiato in questa università e suonato nella banda, poter fare un album con loro significa completare un cerchio. Ed è proprio quando ero nella banda dell’università che ho deciso che avrei fatto il musicista a tempo pieno! L’altro progetto, che uscirà l’anno che viene, è un album di studio che ho iniziato prima della pandemia. I brani erano così belli che non volevo rovinarli con un lavoro frettoloso, quindi mi sto prendendo il mio tempo.